Un pezzo della storia di Gerty

Era il 1998. Io vivevo con la mia famiglia in un villaggio del Albania centrale. Già con il fatto che io vivevo in un villaggio del Albania potete immaginare la miseria e l’insicurezza nella quale mi trovavo.

Un giorno, se non ricordo male era primavera, incontrai due ragazzi, tipi tosti, non avevano paura di niente. Per me fu un onore quando questi mi chiesero di lavorare con loro in Italia. Non ci pensai su due volte e cosi dopo due settimane ero a Milano.

Due giorni a non fare niente, tanto per “gustare” una grande città d’Italia e poi subito a scroccare monetine al semaforo. Il lavoro non e andato sempre male e per fortuna. Mi fanno male solo ricordarle le botte che si prendevamo se no si portavamo i soldi a “casa”. Eravamo 6 ragazzini e ci stavano addosso 4 adulti.

Mentre lavoravo un giorno arrivò la polizia. Seguendo un crudele e tanto beffardo procedimento mi chiesero i documenti. Perché? Forse qualcun’ altro nella mia stessa condizione, prima di me li aveva mostrati? Fui portato in Questura e rimasto li per 12 ore, mi trasferirono in via Corelli. Per me, decisero il rimpatrio. Un destino beffardo volle che io prendessi l’aereo per la prima volta per ritornare in Albania. Dal finestrino, vidi il sole che andava a dormire. Proprio quello che ci voleva per uno che tramontava, un bel tramonto.
A Rinas, presi un taxi per tornare a casa ma, ubriaco dalla malinconia che mi dava la vista di quei luoghi volli fare un pezzetto a piedi. Davanti a casa sentii un sentimento di gioia e di imbarazzo. Entrai dalla finestra. I miei dormivano, decisi di non svegliarli. La mattina seguente, quando mi rividero, mia madre e mio padre non seppero cosa dire.
Dopo un primo momento di sorpresa però, si abbandonarono a baci e ad abbracci. Il pomeriggio, uscii ad incontrare i vecchi compagni del quartiere o almeno, quelli che ne erano rimasti. Gli altri avevano intrapreso il mio stesso viaggio.

Il fratello di uno dei miei ex datori di lavoro venne a sapere che io ero tornato. Si presentò da me e mi fece un offerta che non potevo rifiutare: pagare il primo viaggio o ritornare con lui in Italia.

Durante il secondo viaggio ci beccarono e ci riportarono a Valona. Credevo fosse finito tutto e che finalmente sarei riuscito stare in pace, ma quel maledetto si liberò dalla polizia e dovettimo partire per la terza volta.

Nessuno ci dette fastidio durante il viaggio. Ritornammo a Milano ed io ripresi il mio vecchio lavoro al semaforo. Dopo cinque mesi, stufo della tirannia alla quale ero sotto- messo, scappai con l’intento di non ritornare piu indietro. Qualunque cosa fosse sucessa. Non ci sono più ritornato, grazie anche ai signori Crippa e a don Claudio, attraverso i quali sono giunti in comunità, dove ho trovato degli educatori che mi hanno trattato come un figlio.

Intervista di Frida Shyti, da Oklahoma City 2002

 

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