I viaggi di due ragazzi albanesi

 

F: quanti anni avevi quando hai pensato per la prima volta di andare via di casa?

G: …quando ho pensato per la prima volta avevo 12 anni.

F: per quale ragione hai deciso di andare via, perché?

G: perché in Albania ormai la vita era molto… si andava a scuola però…

F: mi potresti descrivere il tuo paese come era?

G: il mio paese era bello però … non c’erano possibilità di lavoro, insomma non era niente, dal 90 non c’era nessuna possibilità. Poi dopo il 90/92 ho deciso, ero piccolino però ho preso una decisione con il mio amico di andare via, di andare in un altro paese, Grecia era il più vicino.

F: vicino c’era anche la Serbia.

G: dopo sono andato in Serbia. Siamo partiti a maggio 1992. Abbiamo deciso di partire e andare in Grecia, vedere la vita di là perché dicevano tutti che era una bella vita. Sono partito.

F: come avete fatto a partire, avevate 12 anni, i vostri familiari ne sapevano qualcosa?

G: i familiari non sapevano niente.

F: quindi siete scappati.

G: siamo scappati da casa, dovevamo andare a scuola invece siamo partiti per andare in Grecia, al confine, poi si vedeva cosa fare.

F: com’è andato il viaggio?

G: il viaggio è andato bene, siamo andati al confine poi abbiamo comprato da mangiare, comprato un sacchetto dove si metteva il cibo dentro e si metteva in schiena e si cominciava a camminare.

F: c’era da camminare oppure era una marcia?

G: più o meno è una marcia, lì abbiamo incontrato altra gente, poi siamo partiti tutti insieme di notte, siamo andati al confine.

F: quanto tempo è durato?

G. il viaggio è durato otto giorni; di notte camminavo, di giorno dormivamo, dovevamo nasconderci, non ci dovevano vedere la polizia o i militari greci, quindi tutta la notte viaggiavamo.

F: ma tu ce la facevi?

G: mi stancavo subito però loro mi rispettavano, mi aspettavano, si fermavano.

F: avevi paura?

G: avevo paura…

F: di che cosa avevi più paura?

G: che mi lasciavano in mezzo alla strada da solo, con il mio amico, eravamo piccolini

F: non è successo?

G: per fortuna no.

F: prima mi dicevi che avevi paura ad attraversare i fiumi

G: i fiumi erano alti, a me mi prendeva il fiume, ma invece gli altri amici mi prendevano in schiena e passavamo il fiume

F: poi dove siete arrivati?

G: siamo arrivati a Tessalonico, città di Grecia molto grande, siamo andati lì a piedi stanchi morti, i piedi che sanguinavano, perché camminando otto giorni sotto la pioggia i piedi si bagnavano si sciugavano, e dopo un po’ è cominciato a creare dei brufoli sotto. Siamo arrivati lì che eravamo veramente molto stanchi

F: e dove vi siete rifugiati?

G: era una casa abbandonata, abbiamo trovato questa casa qua, basta che si dormiva dentro, che non pioveva dentro.

F: e per mangiare?

G: niente, siamo riposati un po’, io sono andato al semaforo a chiedere i soldi il cibo, quello che mi davano. La gente mi regalava soldi, mi regalava frutta, mangiare, anche i vestiti a volte perché mi vedevano con i vestiti rovinati.

F: quanto tempo è durata questa cosa non sapevi il greco?

G: nessuna parola, nessuna nessuna, dopo piano piano ho cominciato di imparare qualcosa, il pane prima cosa che è stata,dopo i soldi così via piano piano la lingua.
Questa esperienza è durata un mese e mezzo, alla fine mi ha fermato la polizia e mi hanno portato indietro.

F: cos’ hanno detto i genitori quando siete ritornati?

G: i genitori hanno sgridato un po’ poi erano contenti che siamo ritornati vivi, poi dicevano non dovete andare via più. Noi siamo partiti ancora, dopo un po’ di giorni siamo partiti, stesso mio amico.

F: la seconda volta cos’ hai fatto, lo stesso viaggio?

G: si più o meno la stessa storia però il secondo è stato più pesante, ci hanno visto i militari, ci hanno corso dietro, noi abbiamo cercato di scappare, il nostro migliore amico si è spaccato una gamba mentre camminava perché non si vedeva di notte, andavamo veloce però non sappiamo dove si metteva i piedi.

F: cosa avete fatto con il vostro amico?

G: lo abbiamo lasciato in mezzo alla strada per il momento, perché abbiamo sentito che gridava e allora siamo scappati, poi siamo tornati indietro, l’abbiamo preso, l’abbiamo portato fino a un ospedale vicino che si chiama xxx. Dopo noi siamo scappati ancora. Il secondo viaggio è durato sei mesi.

F: cos’ hai fatto in sei mesi?

G: sono andato ancora allo stesso posto a lavorare ho cominciato a conoscere un po’ di gente, ho cominciato, era tipo estate a raccogliere frutta. Dopo d’inverno ho lavorato con le pecore, dopo mi ha fermato polizia, mi ha portato ancora indietro e i soldi sono rimasti lì. Sono andato ha casa per un po’ di tempo, ho finito la scuola e dopo sono partito ancora.

F: sempre in Grecia?

G: no, dopo sono andato in Serbia, sono stato un po’ di giorni lì.

F: si poteva fare qualcosa in Serbia? Trovare lavoro…

G: era molto dura in Serbia, avevamo dei nostri cugini di là però non era molto. No sono scappato perché veramente se lì ti beccavano i militari ti mazzavano.

F: non è che ti rispedivano indietro…

G: no no…Poi sono tornato a casa e andato ancora in Grecia. Stavolta durato due anni o tre anni, non mi ricordo.

F: almeno la terza volta hai portato un po’ di soldi?

G: indietro niente, non sono riuscito perché…si lavorava poco, la gente mi vedeva anche piccolo non mi faceva tanto lavorare, però dopo un po’ di anni che ho imparato la lingua ho cominciato a darmi da fare, insomma ho trovato dei lavoretti così, però la vita era cara. Dopo tre anni sono tornato a casa, ancora mi ha portato la polizia indietro. Sono tornato a casa, sono scappato ancora e sono stato quattro anni. Quattro anno ho lavorato in una isola, a Rodi, e lì ho fatto il cameriere per quattro anni è andata bene.

F: quindi quattro volte sei stato in Grecia.

G: a piedi sono stato tredici volte, andata e ritorno. Poi dopo la ultima volta che mi ha fermato la polizia in questa isola qua, ho deciso di non tornare più in Grecia.

F: e invece la tua storia in Italia è un’altra storia, la possiamo raccontare un’altra volta. In Italia sei riuscito a fare almeno qualcosa…

G: si sono riuscito a fare un’altra vita, più tranquilla.

Sokol……

Avevo un grande desiderio di viaggiare, una grande curiosità di conoscere il mondo e una grande voglia di non stare nel mio paesello che mi era diventato tropo stretto. Quindi avevo 15 anni e un idea precisa di venire in Italia.
Ma perché in Italia? Non lo so esattamente, ci sono tanti motivi che spiegano il perché. Uno, al quale io davo grande importanza, c’erano i mezzi, intendo i gommoni e il secondo che l’Italia mi sembrava di conoscerla. Dalla mattina alla sera non facevo altro che guardare RAI e MEDIASET, quindi mi era un po famigliare, anche perché mio zio lavorava da sette anni in Italia.
E cosi sono partito un giorno con il mezzo piu usato dagli albanesi. Mi sono imbarcato su un gommone, la fortuna mi asistette. Non c’è stato né temporale e né Guardia di Finanza ad impedirmi il mio viaggio per il mondo. Ero ancora un ragazzino e sapevo poco dalla vita. Non riuscivo ad abituarmi con gli spazzi delle città. Mi lasciavano con la bocca aperta tutte le cose che guardavo, ero distratto e curioso e non smettevo di girovagare e spesso mi perdevo. A mio zio questa non le andava bene e cercava di farmi capire che Italia è bella, quanto dura. Quando riusciva mi trovava qualche lavoretto ma io giravo quasi sempre con la testa per aria, con la voglia di provare tutto e di divertirmi a modo mio in questo nuovo mondo così desiderato e sognato nella mia infanzia. Ero pazzo per le macchine, i motorini e le bici. Mi avevano prestato una bici e non volevo sapere neanche dalla rabbia dello zio quando andavo come un pazzo per le strade della città finche una machina non mi ha buttato per terra con una spalla rotta. E comunque
anche l’incidente non e riuscito a cambiarmi. Mi sono ribellato allo zio ed ho cominciato il secondo viaggio verso l’avventura. Sono uscito una mattina dalla sua casa, senza dire niente ed ho preso un treno per Milano. Era questo il vero viaggio verso l’altra vita, verso la vera Italia per gli immigrati e soprattutto i piccoli viaggiatori, quelli che hanno tanti sogni, tanti desideri, e troppe cose da imparare, ma non hanno casa, non hanno un adulto chi gli protegge dal mondo e da se stesso. Direi che sono stato sempre fortunato, ho sofferto ma mi hanno dato la possibilità di crescere in una comunità e questa comunità aveva degli adulti che hanno saputo mettere a posto quelle cose alle quali tenevo cosi tanto, compreso la mia testa che non era riuscito a sistemarmi neanche mio zio, un grande lavoratore.

Sarebbe bello a sapere tutto ciò che Sokol ha fatto in questi anni e possiamo sempre raccontare in un altro occasione, ma la cosa che dobbiamo senz’altro dire e che Sokol e stato un bravissimo ragazzo che ha fatto un ottimo percorso e puo essere un bel esempio per tanti altri ragazzini che sono nei primi passi.

Intervista ai ragazzi: Giovalin e Sokol

Di Frida Shyti

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